Identità culturale messicana nella Città del Messico contemporanea, tra genealogie fotografiche, spazio pubblico e rituali condivisi.
Identità culturale messicana: origine e metodo fotografico
“Mexicans” nasce come indagine sull‘identità culturale messicana nel presente, assumendo come bussola critica Il labirinto della solitudine di Octavio Paz. Le tensioni che attraversano la società – solitudine e comunità, tradizione e modernità, silenzio e ribellione – diventano criteri di lettura e di montaggio delle immagini. L’area metropolitana di Città del Messico è il teatro privilegiato: uno spazio in cui i contrasti non si annullano ma coesistono, formando un lessico quotidiano che la fotografia può rendere visibile senza sovrainterpretare. Il progetto osserva come queste polarità si manifestino oggi, cercando nessi più che eccezioni e mantenendo un registro documentario con voce critica.
La serie dialoga con la tradizione della fotografia messicana. Manuel Álvarez Bravo e Nacho López offrono una misura poetica dello sguardo sul reale; Héctor García e Graciela Iturbide mostrano come l’attenzione formale possa convivere con una lettura vigile del sociale. “Mexicans” si colloca in questa genealogia senza imitarla: assume il bianco e nero come strumento per sottrarre la scena alla contingenza cromatica e concentrarsi su gesti, posture, relazioni. La scelta tonale, più operativa che nostalgica, isola le strutture dello sguardo e fa emergere continuità e fratture della rappresentazione, dal quotidiano alla ritualità.
Il lavoro adotta un approccio etnografico di immersione. Le serie nascono da presenze prolungate negli stessi luoghi e dalla costruzione di relazioni che superano l’incontro occasionale. L’intento non è fissare un’essenza immutabile né celebrare l’esotismo, ma descrivere processi: come i segni identitari si trasformano, come il privato diventa pubblico, come riti e proteste generano immagini necessarie. Ogni fotografia è un frammento del labirinto contemporaneo: tradizioni e urgenze si intrecciano in narrazioni nuove, ancora riconoscibili nella loro storia profonda.
Religiosità e tradizioni: dal sincretismo al Día de los Muertos
Questa ricerca formale trova il suo primo campo di applicazione nel registro religioso. Qui la città espone una stratificazione visibile. Accanto alla persistenza del cattolicesimo con le sue processioni e i suoi spazi, crescono pratiche che rispondono a bisogni spirituali diversi. La Santa Muerte – figura in bilico tra sacro e profano – raccoglie devoti di classi sociali eterogenee e costruisce una comunità ai margini dell’istituzione. Il culto di Jesús Malverde, spesso narrato come “santo dei narcotrafficanti”, sopravvive soprattutto come devozione popolare a protezione degli emarginati. Le immagini non giudicano né esotizzano: registrano come il sincretismo trasformi il dolore in linguaggio condiviso e come l’esclusione trovi, nei rituali, una forma di appartenenza.
Il Día de los Muertos è il punto in cui l’identità collettiva si mostra con maggiore nitidezza. Qui il rapporto con la morte, descritto da Paz come familiare e ironico, si traduce in una pratica comunitaria: altari domestici, mercati allestiti, parate che non cancellano la vulnerabilità ma la rendono narrabile. La fotografia osserva la trasfigurazione della perdita in celebrazione, evitando tanto il folclorismo quanto l’estetizzazione. L’obiettivo è misurare la distanza tra memoria e presente e restituire come il rito tenga insieme lutto, gioco e continuità generazionale.
Città del Messico contemporanea: spazio pubblico e proteste
La dimensione politica entra in campo con le manifestazioni legate alla sparizione dei 43 studenti di Ayotzinapa (settembre 2014). Non è semplice cronaca. Le piazze, i muri, i cortei ridisegnano il diritto allo spazio pubblico: dalla solitudine individuata da Paz alla presa di parola collettiva. Volti giovani, cartelli e mani alzate compongono un’iconografia della disillusione organizzata. “Mexicans” osserva questa energia senza spettacolarizzarla: individua nel gesto di stare in strada la costruzione di una cittadinanza esigente, che interroga le istituzioni e rifiuta il silenzio come destino.
Con i suoi circa ventidue milioni di abitanti, Città del Messico è un labirinto in senso pieno: reti di trasporto, mercati popolari, quartieri centrali e periferie che si toccano. Sacro e profano, antico e moderno, individuale e collettivo convivono nella distanza di pochi isolati. I nuovi culti trovano altari in negozi e interstizi; il Día de los Muertos attraversa strade e bancarelle; le proteste occupano le piazze centrali. La città diventa laboratorio: osservando come i simboli si spostano e si sovrappongono, la serie mostra un’identità in ridefinizione che non rinnega le radici ancestrali, ma le rimette costantemente alla prova del presente.
- Per approfondire la straordinaria ricchezza culturale del Messico e il suo patrimonio riconosciuto a livello mondiale, ti invito a visitare la pagina dell’UNESCO dedicata ai siti culturali messicani.
- Dallo stesso lavoro è nato il libro fotografico Mexicans, disponibile in questa pagina dedicata.







































